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sabato 13 maggio 2017

La fine di un "sogno" chiamato Califfato - ISIS in Siria ed Iraq

Ricordate di cosa si parlava nei talk-show in onda nelle ore successive all'attentato del Bataclan? No? Ve lo ricordo io.

Dobbiamo combattere l'ISIS e porre fine al delirio del Califfato

E giù applausi a scena aperta per l'omino qualunque, che replicante, si lanciava nella frase di moda in quelle ore.

Qualche capomastro di studio intelligente, a quel punto, ribatteva pressapoco così:

Si ma come? Mandiamo lì i nostri soldati?

Queste 2 brevi domande lasciavano interdetto chiunque. Nessuno, politicanti o opinionisti che fossero, voleva dire la propria in maniera netta per paura di essere classificato in un certo modo e mettere a rischio se stesso e la propria reputazione di "opinionista", nel caso in cui la posizione indicata non si fosse rivelata vincente.

Ricordo l'unico intervento utile di quelle ore, andato in onda su Rai 2 nel corso di una puntata di Virus, condotto da Porro e poi chiuso per non si è mai capito bene per quale motivo.

Un ex generale italiano spiegò come al di là delle schermaglie politiche e del finto potere decisionale che i partiti credevano di avere indicando questa o quell'altra strada, all'opera c'erano già chi nella vita si occupa di pianificazione ed esecuzione di interventi militari in territori ostili.

Quel generale, di cui non ricordo il nome ed al quale Porro concesse 3 minuti in totale a star larghi, disse una cosa intelligente, ai limiti dello sconvolgente. Parafrasando i suoi interventi potremmo riassumere il succo con la seguente affermazione:

Guardate siete bellissimi. Bravo tu, bravo tu e bravo anche tu. Il terrorismo però è una cosa seria per cui facciamo che voi vi scannate in tv e noi troviamo il modo per arare il Califfato. Quando abbiamo finito, vi facciamo un fischio.

Dall'attentato del Bataclan è passato circa 1 anno e mezzo. E' giusto chiedersi come stanno le cose.

Per farvela molto molto breve, i territori in mano all'ISIS sono notevolmente diminuti.

Questa era l'estensione del Califfato aggiornata esattamente all'alba del 13 Novembre 2015, giorno in cui la cellula belga affiliata ad Abu Bakr al-Baghdadi, compì la strage del Bataclan.


Questa invece è la situazione attuale.


Al netto di una diversa colorazione di parte dei territori di Siria ed Iraq in mano a forze ribelli siriane (verde chiaro), milizia curda (YPG, YPJ e SDF in giallo) e governo iraqeno (rosso), appare alquanto evidente il ridimensionamento territoriale che l'ISIS ha dovuto subire sia in Iraq che in Siria.

Gran parte del territorio iraqeno è tornato sotto il controllo governativo. L'ISIS controlla soltanto il 10% di Mosul (seconda città iraqena a prevalenza sunnita) e la restante area è composta da un quadrante a Nord mediamente popolato, ed un quadrante Sud pressochè desertico.

Ma è in Siria dove il crollo dell'ISIS risulta più marcato sia quantitativamente che qualitativamente.

L'ISIS ha perso l'accesso ai confini turchi, molto chiacchierati e fonte di dissidi mediatici tra posizione filo-americana e posizione filo-russa. Se, come sostengono i filo-russi ma anche velatamente gli alleati occidentali, Erdogan ha giocato un ruolo importante nell'armamento del califfato, è facile capire come la presenza di una zona cuscinetto in mano ad Assad e ai suoi alleati che separa la frontiera turca ed i territori ad egemonia turcomanna (verdino scuro) dalle prime città ancora sotto il controllo dell'ISIS, abbia letteralmente fatto saltare il banco dell'organizzazione.

La fine del traffico di petrolio, reperti storici e organi in cambio di denaro, armamenti e uomini, hanno lasciato l'organizzazione a corto di pilastri vitali per la gestione e la difesa del territorio.

La "rivoluzione siriana", nessuno sa bene se con un reale dispendio di risorse o attraverso un accordo sottobanco, ha sottratto all'ISIS ulteriori territori nella parte occidentale della Siria, spostando sempre più verso l'Eufrate, l'egemonia "nera".

Inoltre, per quanti di voi non abbiano dimestichezza con la Siria, sappiate che gran parte dei territori che lambiscono il confine di stato con l'Iraq altro non sono che il prosieguo del deserto di cui vi parlavo prima a destra del confine.

L'ISIS dunque, con la perdita di Tabqa e la discesa delle forze curde parcheggiate ormai a 7km dalla "capitale" del califfato Raqqa (ormai delegittimata a favore dell'area e delle città che sorgono ai margini dell'Eufrate ed in prossimità del confine iraqeno) controlla ben pochi territori.

La parte ad est di Palmira e che colora di nero l'area attorno a Deir Ez-Zor rappresenta il prossimo obiettivo militare dell'operazione di riconquista del territorio siriano, lanciata da Assad e supportata da Russia ed Iran (ed in un certo qual modo anche da forze palestinesi). In quell'area infatti ci sono gran parte dei giacimenti petroliferi e di gas naturale di cui la Siria dispone e che, senza tema di smentita, rappresentano al momento la moneta di scambio tra Assad e Putin, il quale mette a disposizione il suo esercito, la sua intelligence ed i suoi jet in cambio di appalti da circa 20 miliardi di dollari gentilmente concessi da Assad stesso.

La situazione territoriale dell'ISIS dunque, è pressochè disastrosa. Raqqa verrà isolata da un'azione di accerchiamento simile a quella portata avanti nell'operazione di re-taking di Mosul, con le forse curde che varcheranno l'Eufrate ad Oriente della città e si ricongiungeranno con le brigate che da Tabqa muoveranno verso l'Eufrate stesso.

In contemporanea, in Iraq, al termine delle operazioni necessarie per liberare Mosul, partiranno con maggiore impulso rispetto ad oggi, le altre 3 operazioni volte a liberare il quadrante a nord-ovest di Mosul contenente Tal-Afar, il "pocket" ad ovest di Kirkuk, e l'area di confine (quella mista abitata mista desertica), che sanciranno definitivamente la fine del califfato in terra iraqena.

E' legittimo dunque credere che al termine di quest'estate l'egemonia territoriale nera si estenderà soltanto sui municipi a sud di Deir Ez-Zor.

In circa 2 anni dagli attentati di Parigi, in un modo o nell'altro, l'Occidente si sarà liberato del "big threat" ISIS, in modi che ad una analisi attenta, hanno coinvolto poco o nulla le varie fazioni politiche sia italiane che europee.

Il fischio promesso da quel generale quella sera da Porro non è ancora stato eseguito, ma mentre politica e politicanti sono ancora lì a capire bene cosa fare, qualcuno il cui approccio grazie a Dio resta puramente pragmatico, ha fatto ciò che c'era da fare per liberare l'Europa e il mondo intero, dal luogo fisico in cui vive e prolifera(va) una delle peggiori ideologie mai partorite dall'homo habilis.

martedì 22 novembre 2016

The whole mess of Aleppo

"Hai presente la situazione che c'è ad Aleppo?"

"No."

"Ok. Partiamo dall'inizio..."

"Immagina di fondere gli abitanti di Milano e di Palermo per creare un enorme agglomerato urbano da 2 milioni di abitanti di nome Aleppo.

Un agglomerato che di Milano ha l'importanza economico-sociale e di Palermo ha il mercato di Ballarò, le bellezze architettoniche ed il sole che sembra essere stato creato apposta per dare ancora più splendore ai colori della città.

Immagina un posto in cui per millenni hanno convissuto, tra alti e bassi, le confessioni islamiche e cristiane nelle loro più diverse sfaccettature.

Ecco: tutto questo, nonostante nel 1986 sia stato dichiarato patrimonio dell'umanità dall'Unesco, da 4 anni, ospita uno dei conflitti urbani e civili più cruenti della storia.

Aleppo, oggi, è quell'immagine senza forma che si genera nella tua testa, quando qualcuno usa il termine: caos.



L'uomo costruisce muri fisici dalla notte dei tempi. La grande muraglia cinese venne edificata per marcare i confini del regno e proteggerlo dalle scorribande dei popoli confinanti.

Ma anche nei giorni nostri si è ricorso a questo genere di opere per "proteggere" un territorio dal resto del mondo. Israele nel 2002 ha costruito la barriera di separazione in Cisgiordania.

Trump vuole costruirne uno con il Messico e Berlino fino a meno di 2 decadi fa, ne ospitava uno che suddivideva il territorio in una zona controllata dal blocco russo, ed una ad egemonia occidentale.

Ad Aleppo il muro fisico non c'è. Se ci fosse, sarebbe stato buttato giù a colpi di mortaio o dal proiettile di un Abram M1 o da una bomba sganciata da un Mig-29 siriano o russo.

Ad Aleppo però, da ormai 4 anni, è presente una linea immaginaria di demarcazione, che separa il territorio in tre blocchi. Almeno 3 blocchi...




Ad oriente ci sono i....ecco su questo ci torniamo dopo. 

Ad occidente c'è il fronte filo-governativo di Bashar Al-Assad, che con l'appoggio della logistica e dell'aeronautica russa, sta cercando di riprendere il controllo della zona in mano ai "ribelli".

A complicare il tutto, c'è anche una porzione di territorio, o di distretti come è più giusto chiamarli, in mano all'unità di protezione popolare, aka YPG, alla quale non piace nè l'esercito regolare siriano, nè ovviamente l'insieme di fazioni che al momento controllano la parte orientale della città.

Una città divisa in tre blocchi, non è già di per se, un envirorment in cui è facile perseguire gli ideali di pace e convivenza civile. Ma se questo non bastasse, devi immaginare 3 fronti che si guardano in cagnesco e che se potessero, farebbero a meno l'uno dell'altro.

Un caos insomma. Che in inglese possiamo tradurre con il termine mess."

"Si ma hai lasciato in sospeso la questione legata al controllo della parte orientale della città"

"In uno scenario del genere, per noi Europei sarebbe facile capire da che parte stare. A noi non piacciono i dittatori. Siamo amanti della democrazia. Potremmo dircelo nei talk show e limitarci ad auspicare un cambiamento pacifico della questione politica siriana, capeggiata da Al-Assad.

Ma dato che da qualche decennio ci piace esportare la democrazia, vediamo di buon occhio tutti quei movimenti che internamente cercano di accoppare il dittatore di turno. Quando questi non esistono, ci scappa l'invasione dell'Iraq o il supporto alla rivoluzione libica.

Il fatto è che da un po' di tempo non ce ne sta andando bene 1. Ossia: ogni volta che un movimento di piazza accoppa la dittatura, succede un pandemonio che generalmente si risolve con l'instaurazione di un nuovo regime, peggiore del precedente, o in un enorme caos in cui a governare, paradossalmente, è l'anarchia.

Quando l'anarchia la fa da padrone, ecco che spuntano come funghi delle verie e proprie gang. 50-60 uomini armati che nascono dalla sera alla mattina e che con le armi prendono il controllo di qualche distretto.

Aleppo est è esattamente questo. Un territorio in cui l'assenza di apparati statali ha dato il via alla nascita di un numero spropositato di gang armate, che poi, una volta affrontato un processo di confederazione, hanno dato vita ad uno dei conflitti civili più cruenti da quando l'uomo popola questo pianeta.

Il paradosso sta nel fatto che quando si profilò l'idea di accoppare Assad, alcune di queste gang noi occidentali le vedevamo di buon occhio.

Ecco: ora c'è bisogno che io mi fermi e che ti spieghi che in alcun modo questa mia narrazione è volta all'individuare i buoni o i cattivi della situazione. Chi sono io per farlo? Voglio che però tu capisca che l'occidente, in più di qualche occasione, ha commesso dei gravi errori di valutazione degli intenti delle gang sul campo, giudicando come buoni o cattivi gang rivelatesi molto spesso l'opposto di ciò che credevamo.

Questa pratica, spesso fallace, ha fatto si che oggi, ad Aleppo est regnino gang che diversi media, russofoni, arabi ma anche occidentali, chiamano con l'ossimoro più tiltante mai coniato dall'uomo: moderate jihadists.

La guerra, è triste pensarlo, è in grado anche di trollare.

Il fatto è che non c'è nulla di divertente quando a finire sotto i colpi di mortaio ci sono gli abitanti di una città (quelli che son rimasti nonostante il grande esodo di siriani dei mesi scorsi) come Aleppo, allo strenuo delle forze, dei viveri e dei servizi più essenziali.

Devi però sapere che le guerre degli anni 2000 non si combattono più soltanto sul campo, ma anche al tavolo delle contrattazioni internazionali. Un teatro di guerra spesso è soltanto un luogo fisico in cui si affrontano le fanterie opposte. L'esito di una guerra però, quasi mai si manifesta lì dove i proiettili vengono sparati, ma quasi sempre ad un tavolo più o meno internazionale al quale, prima o poi, i vari duellanti si siedono per definire vincitori e vinti.

Ma se sul campo di battaglia di Aleppo è il caos, al tavolo immaginario delle trattative internazionali è ancora più un casino.

Seguimi: Assad gode dell'appoggio militare di Putin e della Russia, contro i so called moderate jihadists, confederati in un fronte che prende il nome di Jabhat Al-Nusra.

Jabhat Al-Nusra, in un primo tempo bollato come fronte "buono" anti-Assad, non è nient'altro che l'Isis ed Al-Qaeda, finanziata dall'Arabia Saudita (sunnita) e dal Qatar ed armata in un primissimo momento dal blocco occidentale in coalizione con gli Stati Uniti.

Jabhat Al-Nusra e l'Isis però sono stati coinvolti in un traffico di armi in cambio di petrolio, con la Turchia, governata da Erdogan, il quale con la propria società di trasporto marittimo, avrebbe comprato dall'Isis milioni e milioni di barili di petrolio di contrabbando.

Ma la Turchia fa parte della NATO, alleanza atlantica tra Stati Uniti, ai quali stanno sulle balle l'Isis, Assad e Putin, e 28 altri stati europei, ai quali stanno sulle balle Isis, Putin e Assad a giorni alterni, ma anche Erdogan.

Gli Stati Uniti però sono stretti alleati dell'Arabia Saudita con un patto commerciale che lega i due stati tramite la vendita di armamenti militari di tutti i tipi. Cacciabombardieri in primis.

Ah: il Qatar citato prima, è un piccolo stato arabo che detiene enormi approvvigionamenti di gas che vorrebbe vendere all'Europa, che al momento compra l'80% del gas russo tramite Gazprom. Per far si che il gas qatariota sia più economico di quello russo, il Qatar avrebbe bisogno di una pipeline che lo trasporti dal golfo persico all'Europa. La pipeline dovrebbe passare dalla Siria, ma diversi anni fa, Assad negò ai qatarioti i permessi per la costruzione del tratto siriano della pipeline. 

Per questo il Qatar finanzia con uomini ed armi i ribelli siriani, o moderate jihadists. Ma l'Europa sa che tutto sommato, se Assad dovesse capitolare, si aprirebbe la possibilità di comprare gas a prezzi inferiori, uscendo dalla morsa russa spesso tramutatasi in ricatti sull'apertura dei rubinetti russi a ridosso dell'inverno.

....che al mercato mio padre comprò.

Un groviglio del genere, fatto di doppi o triplici interessi dovrebbe trovare la soluzione al conflitto che da 4 anni imperversa nelle strade di Aleppo.

"E quindi il caos regnerà su Aleppo per sempre?"

Chi lo sa. Chi lo sa se mai qualcuno degli attori di questo conflitto rinuncerà ad uno dei propri interessi per mettere la parola fine ad un conflitto che ogni giorno uccide uomini ed un fazzoletto di terra.

Chi lo sa se mai smetteranno di piovere razzi costruiti negli scantinati, lanciati contro quartieri tutt'ora popolati dai civili. Se smetteranno di piovere dal cielo bombe su scuole ed ospedali, sganciate non si sa bene da chi.

Chi lo sa se il mondo dovrà indignarsi e costernarsi ancora difronte ad immagini come queste.